La famiglia nel bosco è l’argomento del momento.
Ognuno di noi ha la propria opinione sull’intervento del Tribunale dei minorenni di L’Aquila.
Chi opera nell’ambito del diritto deve avere avuto almeno la premura di leggere l’ordinanza del giudice minorile prima di dire la sua, sui social o in qualsiasi altra sede. Chi non opera in questo campo si è fatto guidare dal sussulto emotivo suscitato dall’allontanamento di tre bambini dai propri genitori.
Da avvocato ho la mia opinione.
Ma ce l’ho anche da mediatrice familiare.
La lettura dell’ordinanza del Tribunale per i minorenni di L’Aquila
Del provvedimento pronunciato dal giudice minorile abruzzese mi hanno colpito alcuni passaggi “l’ordinanza cautelare non è fondata sul pericolo di lesione del diritto dei minori all’istruzione – che pure secondo me sussiste – ma sul pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione”.
Per il Tribunale la situazione dei minori evidenzia che la condotta genitoriale ha determinato una deprivazione del confronto tra pari.
Le conseguenze di tale condotta sono gravi, sia a livello scolastico che sociale, come conferma l’ampia documentazione scientifica richiamata nell’ordinanza.
Tra queste risalta, per quanto mi riguarda, la difficoltà nella gestione del conflitto: senza il confronto il bambino può non sviluppare la capacità di affrontare in modo costruttivo la conflittualità e la dissonanza cognitiva che emergono dai diversi punti di vista, elemento cruciale per lo sviluppo cognitivo e identitario.
Per il Tribunale minorile aquilano la socializzazione si può definire come “un ambiente che non solo riflette le competenze acquisite in altri contesti (come la famiglia), ma che contribuisce in modo autonomo e necessario allo sviluppo di nuove e specifiche abilità socio-emotive”.
Cosa c’entra con la mediazione familiare la famiglia nel bosco?
Trovo che c’entri tantissimo.
L’obiettivo della mediazione familiare è aiutare le parti a gestire il conflitto: la mediazione familiare è tanto più proficua quando le parti scoprono la propria capacità di gestire il conflitto o imparano a gestirlo. Ma è essenziale voler affrontare il conflitto in prima persona.
I genitori della famiglia nel bosco non vogliono affrontare il conflitto: respingono le visite dei servizi sociali, rifiutano gli accertamenti sanitari per i figli, impediscono le verifiche edilizie, si sottraggono al confronto con l’esterno.
Trasmettono tale modello comportamentale, con fine educativo, ai propri bambini.
La scelta di proteggerli confinandoli in un bosco e tenendoli distanti dai loro pari significa sottrarli alle interazioni con i coetanei, sottrarli al litigio, esentarli dal conflitto.
Ma sottrarli al mondo esterno significa anche depauperare i figli della ricchezza della diversità, perché anche se quel mondo è malato e crudele, esso va conosciuto e non solo per difendersi e proteggersi.
Mettere i figli sotto una campana di vetro, dove anche i genitori hanno scelto di vivere, significa insegnare a respingere l’altro, il diverso, giudicandolo sbagliato senza conoscerlo. Significa rifiutare il confronto, definendolo a priori inutile e non costruttivo.
Al di là delle implicazioni sociologiche e psicologiche di questo stile di vita e metodo educativo, rifletto su come i bambini di oggi, che saranno gli adulti di domani, potranno gestire qualsiasi conflitto la vita gli presenterà, ammesso che escano dal bosco e che rimanga viva in loro la tendenza innata dell’”animale sociale”.
Saper gestire il conflitto è difficile per tutti e richiede spesso un supporto esterno, l’imparzialità e l’equidistanza di un soggetto che aiuti ciascuna parte a riconoscere l’altro, i suoi bisogni e le sue aspettative.
Ma dove c’è un muro – che sia fisico come il bosco ma anche virtuale come un display – vedere l’altro, i suoi bisogni e le sue aspettative è molto più faticoso, anche se non impossibile.
Chi non è incline all’accoglienza, all’ascolto di posizioni diverse, chi non è disposto a sedersi attorno a un tavolo, rifiuta lo scambio dialettico e l’opportunità del confronto, ritenendo necessario evitarlo in quanto distruttivo rispetto al proprio modo di essere o pensare.
Ciò accade perché nel micro-sistema della famiglia del bosco, come in qualsiasi altro micro-sistema, l’accoglienza del diverso (diverso modo di essere, diverso modo di pensare, portatore di bisogni diversi) è ritenuta ingerenza e non opportunità di arricchimento ed il conflitto rappresenta il pericolo da evitare, anziché l’occasione per conoscere.
La vicenda della famiglia del bosco è mediabile?
La cronaca più recente ci racconta di una soluzione abitativa idonea offerta alla famiglia nel bosco e forse accettata.
Ma resta aperto il nodo più importante: la competenza a gestire il conflitto, ad oggi preclusa ai tre bambini ed assente nei genitori, portatori di un modus vivendi e educandi che, da una parte, è la legittima espressione della propria libertà di autodeterminazione, ma che, dall’altra, è attuazione di una responsabilità genitoriale che, come tale, dovrebbe avere come fine l’interesse ed i bisogni del minore, essere umano ed animale sociale, e non la propria posizione rispetto alla società.
Finché non emergerà in questi genitori e in ogni altro genitore questa consapevolezza, la mediazione familiare non potrà raggiungere il suo scopo.

Come trovare uno spazio di confronto oltre il conflitto?
Il caso della “famiglia nel bosco” è una storia estrema e fuori dall’ordinario. Nella vita di tutti i giorni, però, il conflitto tra genitori può nascere da scelte educative, paure e modi diversi di immaginare il futuro dei figli.
Se ti stai interrogando su questi temi e senti il bisogno di uno spazio di confronto guidato, puoi contattare lo studio per avere informazioni sulla mediazione familiare o per richiedere un primo colloquio conoscitivo (anche online).
